30 agosto 2011

Lu Xun e la casa di ferro


Lu Xun, il più grande scrittore cinese del XX secolo, usò una metafora famosa per descrivere il torpore culturale del suo Paese all’inizio del Novecento. Nel racconto Na Han, Chiamata alle armi immaginò una casa di ferro senza finestre, indistruttibile, in cui dormono molte persone, condannate a morte per asfissia“. “Tu sai – aggiungeva nell’introduzione – che la morte le coglierà nel sonno e non sarà dolorosa“. Poi chiedeva e concludeva: “Se lanci un grido abbastanza forte da svegliare qualcuno di quelli che hanno il sonno più leggero, credi di rendere loro un buon servizio condannandoli a soffrire le pene di una morte senza scampo? Ma se qualcuno si sveglia, non puoi affermare che ci sia una speranza di distruggere la casa di ferro“. La casa di ferro era un sistema di pensiero, un sistema etico conservatore, il confucianesimo, dal quale lui, pessimista, si augurava che la Cina potesse uscire. La “Chiamata alle armi” era l’appello di Lu Xun ai cinesi: svegliatevi che avrete la “speranza” di scappare dalla casa di ferro. Lu Xun avvertiva che “il richiamo del passato, della sua eredità e della sua ineludibile storia” pesavano ancora molto sulla Cina. Però il popolo aveva per la prima volta lì opportunità di tracciare il futuro e non delegarne lo svolgimento ai despoti e agli imperatori, agli oppressori della mente e della cultura.
Dalla recensione di Fabio Cavalera al libro "Cina. Viaggio nell'impero del futuro" di R. Gifford


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